Michele Evangelisti: I’M IN

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Michele conosce lo sport a 5 anni, ha fatto i primi passi facendo karate, stimolo di grande disciplina e determinazione. Poi il rugby, che è comunanza di intenti e condivisione. A 10 anni “il grande amore”: la prima vogata, passione ereditata dai suoi genitori e dal nonno. Poi la vita lo ha messo di fronte alla prova più dura e, ad un passo dal sogno Olimpico, ha dovuto fare un’inversione di rotta per star vicino alla famiglia. Proprio in quel periodo, quando sembrava la vita gli stesse togliendo tutto, arriva la  trasformazione…la corsa, prima sfida di resistenza e velocità, poi filosofia di vita…

Prima solo 5, poi 10, 21, 42, 50. Ma i chilometri all’arrivo non sembravano mai abbastanza: era proprio il momento in cui raggiungeva il traguardo quello nel quale si sentiva meglio e in cui avrebbe voluto solamente continuare, ricominciare. Da allora ha sfidato i 100 km: due maglie azzurre, il Mondiale 2011 a Winshoten, in Olanda, e gli Europei 2013 a Belves in Francia. Ma le sfide non erano finite e così è stata la volta delle maxi in loop, le 24h. Correndo ha scoperto il vero Amore, l’UltraTrail, in tutte le sue forme: ha capito che questa disciplina gli avrebbe permesso di unire lo sport con un’altra sua grandissima passione, i viaggi. Dunque che fossero gare, gite lunghe una o più giornate, traversate solitarie come quella dell’Irlanda, tutto gli permetteva di scoprire il mondo intorno a se stesso. A luglio 2015 la sfida più grande fino a quel momento, l’Alpe Adria Trail 735,5km/35750D+/142H4’, ed è stato Record! E lo scorso anno il coronamento di un grande sogno: l’attraversamento dell’Australia di corsa, da Darwin ad Adelaide percorrendo 3.113Km in 45 giorni sotto il sole cocente del deserto australiano!

Negli anni la classifica sta assumendo un ruolo ed un valore diverso nella sua vita, rispetto a quando ha iniziato a correre. La gara è e rimane tale, competizione e agonismo. Ma se qualche anno fa il risultato, inteso come piazzamento, aveva un ruolo molto importante, ora è stato affiancato da quel che cerca dalla gara stessa: sfida interiore, tentativo di migliorare nella gestione della fatica e della difficoltà, viaggio dentro e fuori di se, possibilità di incontrare grandi atleti e attraversare paesaggi e scenari che pochi hanno la fortuna di vedere. Il piazzamento conta, certo, sarebbe ipocrita se dicesse che non gli importasse fare un buon risultato, ma è funzionale ad un discorso molto più ampio e complesso, che ha intrapreso da quando ha iniziato ad attraversare i paesi correndo.

Michele ci racconta ‘Total Training, realtà che conosco grazie a Riccardo Marini, grande amico e professionista che stimo moltissimo e da cui sto imparando tanto, sta avendo un ruolo chiave nello stimolo per affrontare questa sfida, nonché nella sua preparazione. Se è vero che sulla corsa sono da anni capace di prepararmi e allenarmi in modo autonomo, sulla combinazione delle tre discipline è fondamentale avere un affiancamento tecnico e logistico come quello che Total Training mi sta garantendo’

Ho parlato a lungo con Riccardo (ndr Marini) di come gestire i miei impegni agonistici di quest’anno, dando a ciascuno il giusto allenamento e la giusta importanza.

Ho deciso di affrontare queste sfide “una alla volta”, preparandomi per gradi e potendo, al contempo, sfruttare una sorta di “preparazione perenne” che da anni mi accompagna e fa da sfondo ai momenti di allenamenti specifici per le diverse occasioni.

Dopo la LUT, che ho affrontato a fine giugno e alla quale sono arrivato dopo aver quasi completamente “smaltito” i km australiani e dopo aver portato a termine anche lo Scenic Trail in Svizzera, inizierò una preparazione più specifica per l’IM, dedicandomi al nuoto e alla bicicletta. Manterrò al contempo i miei allenamenti di corsa, in vista dell’UTMB che sarà a inizio settembre. Devo arrivare a quella gara con la giusta preparazione, ma non sovraccarico, così da poter poi affrontare gli ultimi 15gg di preparazione specifica per l’IM nel migliore dei modi.

Non ho particolari aspettative per il mio primo IM, sono semplicemente felicissimo e stimolatissimo nel poterlo fare. Non ho alcuna velleità di piazzamento, vorrei solo dimostrare che, con la giusta preparazione, si possono portare a termine impegni sportivi importanti anche se ravvicinati.

Questa nuova sfida non è altro che un nuovo tassello in un puzzle che sento di aver “appena” iniziato. Amo il mondo dell’outdoor a tutto tondo, dunque credo non perderò mai motivazione nelle Ultra fintanto che riuscirò ad esprimere me stesso correndo. La mia curiosità mi porta però a voler scoprire sempre nuove possibilità…e l’IM è una di queste! Nel bagaglio esperienziale di un atleta di endurance un IM non può certo mancare!

Quando ero più giovane il cronometro era un compagno di viaggio importante, anche se mai essenziale. Ora, dopo tante esperienze sportive e non, ho imparato che il tempo ha un valore oggettivo ed un valore soggettivo, che cerco sempre di tenere presente quando corro. La parte psicologica dello sport è tanto determinante quanto affascinante: limiti, emozioni, sfide vanno di pari passo con la prestazione, in un connubio che rende lo sport qualcosa di unico nella vita di una persona.

Quella di approdare ad un IM è una grande sfida, la cui complessità potrebbe spaventare per chi arriva dal mondo della corsa. Nel suo caso, che già pedala e nuota come allenamenti integrativi per il Trail, più che paura si tratta di adrenalina e di curiosità. La curiositò di vedere come sarà in grado di gestire questa nuova avventura 20 giorni dopo la gara più importante nel Mondo dell’ultratrail, l’UTMB, UltraTrail del Monte Bianco (170Km con circa 10000D+).

La paura è un’emozione che cerco di controllare e di accogliere nel suo valore più positivo e utile, quello di aiutarmi a tenere sempre alta la guardia e ben visibile il limite.

Il nuoto è la disciplina che pratica meno, anche perché negli ultimi anni, dopo essersi allontanato dalla sua amata Toscana, non mi gli è più capitato così frequentemente di poter nuotare in acque libere, se non nel lago. Tuttavia la cosa non lo spaventa moltissimo perché ha una buona acquaticità e poi è la prima frazione, che si affronta in pieno boom adrenalinico e con massima forze. Sicuramente lo impensierisce un po’ la bicicletta perché sono tanti km, uniti ad una posizione poco naturale…. poi… poi  arriverà la corsa!

Nuoto e bicicletta sono due grandi passioni che coltiva da quando, fin da piccolissimo, si godeva il suo mare e le pinete toscane in ogni momento libero dalla scuola. L’IM rappresenta la regina delle competizioni di endurance, a suo avviso, e dunque vuole mettermi alla prova nel modo più completo che ci sia!

E’ stregato da tutto ciò che è “Ultra”, che richiede uno sforzo prolungato ed una gestione psicologica della sfida, strategia pura insomma. Non è mai stato un sprinter, è uno che ama stare nella fatica e trasformarla in energia. Solo l’idea di passare per tre discipline, con distanze importanti, lo affascina. Non sà bene quali ostacoli dovrà affrontare perché è la sua prima volta, ma proprio per questo non vede l’ora! Le difficoltà ci saranno e arriveranno, ma saprà coccolarle fino a quando non saranno svanite.

Ho scoperto la mia comfort zone vivendo di sport e all’inizio, quando ti rendi conto di esserne fuori, disorienta e non sempre è di facile gestione, soprattutto emotiva. Grazie alla corsa, ed in particolare all’Ultra Trail, che permette un contatto profondissimo con la natura e con la propria parte interiore, ho imparato a crearmi una Comfort Zone anche all’interno di condizioni al limite, conscio che ogni difficoltà è potenzialmente solo di passaggio e non può durare all’infinito; quindi all’occorrenza la mia comfort zone “è sempre alla portata dei miei pensieri ed al di fuori una piccola grande sfida come opportunità per crescere.

Le difficoltà e la loro gestione sono l’aspetto più importante durante una gara, di qualsiasi disciplina si tratti, unitamente alla giusta preparazione. Sapere che il momento critico arriverà, perché arriva sempre, soprattutto nelle competizioni di ultraendurance, è il primo elemento per affrontarlo; a volte la difficoltà è qualcosa di noto, di già accaduto, di “prevedibile”, dunque la mente è più pronta ad affrontarlo. Quando invece arriva l’imprevisto, ciò che non avevi preventivato, è lì che la mente deve essere pronta alla gestione.

Sin da quando praticava canottaggio professionistico ha sempre dato molto spazio, durante gli allenamenti, alle tecniche di gestione psicologica della criticità; respirazione, yoga, conoscenza del proprio corpo, sono tutti aspetti che aiutano moltissimo, così come uno studio accurato, ad esempio, dei tracciati di una gara.

L’aspetto mentale dello sport è ciò che più ha imparato ad amare e a curare. Crede che la capacità di gestire ed utilizzare le risorse mentali che ognuno ha al suo interno sia di fondamentale importanza, nello sport così come nella vita. Ha conosciuto il mental coaching, quando ancora non veniva definito in questo modo, quando era in nazionale di canottaggio e, più tardi, in quella di UltraMaratona. Gli atleti venivano affiancati da grandi professionisti che avevano il compito di curarne l’aspetto mentale e questa, credo, sia la chiave di tanti successi degli atleti più completi. Adesso attraverso l’esperienza maturata nel corso di più di 30 anni di sport gli piace aiutare altri sportivi che si vogliono spingere oltre i propri limiti, lavorando con loro e per loro proprio sulla componente psicologica dello sport, oltre che sulla preparazione fisica.

Negli ultimi anni il mondo del running e di tutte le sue declinazioni ha avuto un’esplosione incredibile, così come il triathlon. Se da un lato, da amante dello sport, della corsa e di tutte le sue sfaccettature, non può che essere contento, dall’altro la cosa lo intimorisce un pochino perché vede tante persone che si improvvisano corridori, con rischi non indifferenti per la forma fisica e la salute. Il pensiero che “basta un paio di scarpe per correre” è purtroppo un’arma a doppio taglio. Da atleta cerca di diffondere una cultura dello sport fatta di serietà, meticolosità, professionalità e attenzione ai dettagli, nel rispetto dei propri limiti e delle proprie peculiarità.

Non sono io a dover dire che riesco a dare il 100% nella vita quotidiana, ma di sicuro so che, qualsiasi cosa io faccia, cerco sempre di dare il massimo. La fatica non mi spaventa, ho imparato a gestirla e a guardare il limite, personale o di una situazione, come una sfida, come un’opportunità da affrontare per crescere. Imparare a gestire il proprio corpo e la propria mente durante un allenamento o una gara è sicuramente una grandissima palestra di vita, un’occasione per mettersi alla prova e saperne far tesoro quando, nella quotidianità, ci si trova di fronte all’imprevisto, al problema, alla sfida.

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